Rabbia Repressa

La rabbia repressa

Se siete persone tranquille, non aggressive, che apparentemente non provano rabbia, fate sicuramente parte di una di queste due categorie: gli angeli (che per la loro vicinanza al Creatore non conoscono le emozioni umane) oppure i rabbiosi repressi. A voi la scelta.

La rabbia è insita nell’essere umano per il solo fatto che questi è incarnato. La rabbia ha una ragione metafisica: l’anima impatta con la materia e si ritrova in un corpo fisico che le sta stretto in tutti i sensi. Ciò che prova è una rabbia cosmica dovuta all’attrito che si genera nello sfregamento fra spirito e materia. È un urlo di dolore che si protrae in maniera più o meno sommessa lungo tutta la vita di un essere umano.

Non volendo più sentire questo dolore inizio a lavorare su me stesso nella speranza di eliminare parti di me che non mi piacciono: “Sono troppo aggressivo!” “Sono troppo timido!” “Sono depresso!” “Sono ansioso!”. Spesso ci prendiamo in giro dicendo: “In realtà non voglio eliminare la mia rabbia, perché so che è sbagliato, la voglio solo trasformare… trascendere… gestire… osservare…” ma dietro queste espressioni si nasconde il desiderio di non possedere più quell’aspetto, si nasconde un profondo rifiuto, se non un odio, per quella parte di me. Il problema è che queste parti non possono venire cacciate in alcun modo. Loro ci sono perché io ci sono.

Ciò che accade è che l'io si contrae e spinge l'emozione dall'altra parte del confine dell'io, nella speranza di non essere punito da papà e mamma a causa di questa orribile emozione. L’emozione ai miei occhi diventa ‘cattiva’, quindi nell’osservarla mi disidentifico e dico che non è mia, è la mia personalità animale a provarla, la mia macchina biologica, ma sicuramente non io che sono l’osservatore distaccato. Avviene una scissione fra me (l’io) e ciò che viene provato. Questo, che può sembrare un corretto lavoro su di sé, si rivela in realtà un rifiuto che mi consente di non sentire più l’emozione come parte di me. (Primo livello di proiezione)

Se mi spingo oltre in questo rifiuto, praticando meditazione, ricordo di me stesso o qualunque altra tecnica, a un certo punto avviene un’ulteriore dissociazione: non percepisco più l’emozione all’interno di me, ma sono circondato da persone che la provano. Io grazie al lavoro su me stesso – che in verità è un lavoro di repressione mascherato da lavoro spirituale – ora non provo più rabbia nella mia macchina biologica, però nel mio ambiente ci sono ancora persone che la provano, poverini, loro non hanno ancora cominciato un lavoro su loro stessi! (Secondo livello di proiezione)

A questo punto posso precipitare sempre più a fondo nell’abisso della repressione, non la voglio più vedere e mi circondo solo di persone che non provano rabbia, in questo modo ho quasi risolto il problema, perché non la provo più io, non la prova più la mia personalità, non la provano quelli intorno a me… anche se nel mondo in effetti c’è ancora. La rabbia è così diventato un problema dell’umanità, che non mi riguarda più direttamente, anche se ogni tanto in effetti incontro qualcuno che è carico di rabbia. (Terzo livello di proiezione)

La rabbia che spingo nell’ombra – nel mondo del subconscio – non si esprime più direttamente come rabbia, ma si distorce e cambia volto. Se invece di osservare e amare la mia rabbia la sto reprimendo, allora questa può riemergere, per esempio, come paura, depressione, ansia, utilizzo di droghe e alcool, disturbi alimentari, un generico disagio che mi fa vivere male anche se non ne individuo la causa. Tutti mezzi per non far emergere la rabbia come rabbia. La depressione non è altro che la rabbia verso il mondo che viene repressa e soffocata nel subconscio. Il depresso è in realtà, nel profondo, molto aggressivo e auto-aggressivo.

Nel corretto lavoro su di sé, dapprima riconosco come mia quell’emozione, la amo, la accetto, la coccolo… e proprio facendo questo mi sto disidentificando da lei. Ma cosa vuol dire DIS-IDENTIFICARSI? Sono identificato quando sono tutt’uno con l’emozione e ne subisco passivamente la violenza, cioè sono ‘fuori di me’ quando si scatena e vengo trascinato da essa. Mentre sono dis-identificato quando mi lascio penetrare consapevolmente, la accolgo nel mio corpo e al contempo io la posseggo, ne ho la gestione. Ma non sono disidentificato quando me ne separo! La separazione dall’emozione è patologia. Anzi, proprio unendomi a lei, amandola e riconoscendola come una mia ombra la vedo con maggiore chiarezza ed essa si trasmuta. Se la cum-prehendo la trascendo, ossia non ne sono più vittima. L’espressione INCLUDI-E-TRASCENDI rende bene l’idea. Se invece tento di percepire le emozioni negative come oggetti appartenenti a qualcun'altro, questa non è trascendenza, ma patologia. Se vedo persone arrabbiate intorno a me e non SENTO che quella rabbia è solo mia, allora sono in un processo di dissociazione patologica… come il resto dell’umanità, d’altronde.

Per questo motivo negli ultimi anni ho insistito soprattutto su un unico concetto: la realtà è dentro di me. Facendo mia l’emozione che solo apparentemente sembra appartenere a qualcun altro – dove per ‘qualcun altro’ intendo anche la mia stessa personalità – non rischio di cadere né nel rifiuto né nella conseguente dissociazione psichica.

L’eccesso di rabbia può essere ‘canalizzato’ attraverso lo sport (meglio se molto dinamico: arti marziali, allenamento al sacco, danza afro…) o partecipando a seminari dove la rabbia viene fatta uscire attraverso specifiche pratiche.

Molto interessante – e anche divertente – al proposito è il film TERAPIA D’URTO (Anger Management) del 2003, con Jack Nicholson che interpreta uno psicoterapeuta incaricato di riabilitare un giovane con grossi problemi di rabbia repressa.

L’ispirazione per questo articolo mi è giunta dalle domande di un mio amico di Milano, che mi ha anche fatto conoscere l’eccezionale psicoterapeuta Ken Wilber, le cui opere consiglio vivamente a chiunque sia interessato all’argomento ‘coscienza e terapia’. Il principale testo di riferimento in italiano è LO SPETTRO DELLA COSCIENZA.

Salvatore Brizzi
DEO DUCE COMITE FERRO
(Dio come guida, la spada come compagna)

Iniziazione di un occidentale Italiano al Tantra in India

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Era il 15 di agosto del 2000. Viaggio in India.

Dopo la visita di rito ai Templi di Khajurao famosi per i meravigliosi bassorilievi erotici , che molto mi avevano colpito per la naturalezza e candore con cui proponevano il veicolo dell'energia sessuale , ci apprestammo ad uscire dal perimetro . Questi templi sono circa  un ventina e sono quanto rimane degli 85 edificati tra il 950 e il 1050 dc dalla dinastia rajput dei Chandela. I templi sono completamente decorati da bassorilievi, sia all’interno che all’esterno. Sono realizzati in arenaria, pietra che regala loro il caratteristico colore rossiccio, acceso dal sole di mille sfumature all’alba e al tramonto.   Il gruppo di turisti cui facevo parte  si apprestava a rientrare all'Hotel , con il pullman che ci aspettava poco lontano.

L'atmosfera era particolare, stava scendendo il sole e le sagome scure dei Templi dal sapore  tantrico (anche se allora non sapevo minimamente cosa volesse dire)  si stagliavano nel rosso del cielo. Sinceramente non avevo nessuna voglia di rientrare nell'asettico Hotel a 4 stelle condizionato e tappezzato di marmi e desideravo continuare a respirare quei profumi e quei colori e quelle atmosfere.

Mentre mi avvicinavo al pullman notai un piccolo tempio a bordo della strada, dalla arenaria  molto scura e quindi dall'aria di essere antichissimo. In affetti era proprio cosi. Da molti piu' anni permaneva in quel luogo piu' antico degli stessi templi di Khajurao piu' famosi. Si trattava del Matangeshwara Temple dedicato a Shiva e contrariamente agli altri templi che ormai sono solo dedicati al turismo ornamentale questo tempio ha il culto di Shiva ancora attivo e officiato dai Bramhini. Proprio perche' molto piu' antico il tempio e' disadorno e molto semplice ,senza le statue famose di Kahjurao, con un enorme Lingam di 2,5 metri di altezza di pietra gialla levigata , ma dicono che questo lingam continua per altri sei metri nelle profondita' del tempio, penetrando la cavita interna del tempio stesso simulando il Maithuna sacro dell'unione maschile/femminile.

Ne fui subito attratto e seguii quella intuizione. Invitai anche il resto del gruppo a percorrere quella ultima visita. Mi risposero annoiati e anche un po' indispettiti per quell'invito a quell'insulso piccolo tempio. Praticamente tutti volevano raggiungere al piu' presto l'aria condizionata dell'albergo perche' avevano gia' fatto troppa immersione nella polvere indiana. Con fare tipicamente italiano, che ha qualcosa di vagamente ipocondriaco,  chi si voleva fare una doccia, chi mettersi il vestito bello per la cena , chi non vedeva l'ora  di buttare i calzini usati per entrare a piedi scalzi nei templi, chi visitare la discoteca dell'Hotel ma nessuno espresse minimamente interesse per quel antico piccolo tempio.

Decisi allora di andare da solo , tra le proteste sentite della guida. Fui irremovibile, niente mi avrebbe distolto dalla visita di quel tempio che cosi' tanto mi attirava. Indicai che sarei tornato in taxi o con qualche altro dei mille mezzi di trasporto indiani.

Appena varcai il cancello una strana atmosfera di quiete e pace mi pervase. Era il Tempio dedicato a SHIVA. E casualmente ( o forse non casualmente) proprio quella sera si festeggiava SHIVA,  consorte maschile della shakty tantrica femminile PARVATI e quindi l'unione rituale tra i due. Pur essendo questa ritualita' fortemente induista e' evidente la sua connessione fondamentale con il culto tantrico , culto che in India e' oggi altamente osteggiato. Sulle scalinate erano sedute una moltitudine di persone e bambini e una statua rivestita di rosso alla destra accoglieva chi entrava nel tempio. Gli indiani a volte entrando andavano prima alla statua per far rimanere il colore rosso sulle proprie mani.

Un piccolo lingam di pietra di forma ovale era circondato come un istrice di decine di bastoncini di incenso. Il tempio era molto piccolo, circolare, con uno stile che si distaccava dal resto degli sfarzosi  templi. Per entrare si percorreva una specie di spirale attorno al perimetro  salendo su scalinate ripide e strette interne alle mura e poi uscendo dalla parte opposta. I festeggiamenti si stavano avvicinando e infatti il flusso di indiani, nel pur piccolo tempio stava aumentando.

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All'improvviso mi accorsi di essere fuori luogo. Non si vedevano all'interno piu' turisti e infatti sbirciando dall'alto questi venivano fermati all'ingresso del tempio da dei guardiani . Capii allora di essere dove teoricamente non dovevo. Era una ritualita' sacra riservata esclusivamente agli induisti come accade a volte in India.

Si poneva ora il dilemma se uscire dal tempio o continuare a permanere all'interno anche se era vietato ai non induisti. Ed ecco il primo inspiegabile segno. A questo mio pensiero, come se avesse sentito , il Brahmino che mi dava le spalle si giro' e mi fece un cenno affermativo con la testa. Incredibilmente avevo il permesso di restare attraverso un ancor piu' incredibile modo, giunto al brahmino senza nemmeno parlare, attraverso il pensiero.

Un po' sbigottito ,ma  senza piu' sensi di colpa potevo assaporare l'atmosfera che regnava. Dalla strada , da macchine incredibilmente lussuose scendevano donne con sari bellissimi, evidentemente ricchissime , che andavano mischiandosi con la folla invece molto povera per recarsi anche loro all'interno del tempio. Doveva essere qualcosa di davvero unico perche' il tempio poteva accogliere che poche persone.

Il tutto si svolgeva in grande armonia e silenzio. Mi fu possibile , nella penombra rischiarata dalle candele  , vedere meglio il tempio. All'interno un enorme Fallo/Lingam cilindrico , alto circa tre metri giaceva esattamente in centro al tempio che aveva un soffitto di pietre degradanti .

Una enorme Yoni/Vulva accoglieva questo fallo/Lingam nel suo centro, sul pavimento rialzato del tempio.  Il tridente di SHIVA era piantato all'inizio della vulva. L'unione del maschile con il femminile. SHIVA E SHAKTY

Mi venne voglia di poter immortalare quei momenti e quel magico luogo, che sentivo importanti e unici. Gia' pero' ero entrato di soppiatto in una ritualita' induista ora pure volevo scattare foto , che invevitabilmente avrebbero dovuto essere con il flash. Davvero non me la sentivo . Ed ecco che di nuovo a questo pensiero il Bramhino si volto' e mi fece un ulteriore sincronico cenno di assenso. Ero senza parole, va bene una casualita' prima, ma ora due stavano diventando troppe per il mio allora spirito razionale e mentale.

Comunque sia decisi di pormi dopo le domande e mi apprestai a scattare pochi scatti per non disturbare troppo senza flash usando fortunatamente le pellicole ad alta sensibilita' che avevo con me. Ma gli indiani non prestarono minimamente attenzione e non si mostrarono minimamente disturbati.

Nel frattempo la ritualita' era iniziata. Alcune donne salirono su piccole scale per versare dei petali variopinti e profumati su quell'enorme lingam, mentre altre versavano del latte che colava lungo le pareti simulando lo sperma. Le donne intorno all'interno del tempio si misero tutte in giro al Fallo appoggiando le mani , facendosi bagnare da quel nettare. Alcune addirittura sfregavano le pelvi su quel fallo , incuranti del sari e del latte che scendeva. I cimbali iniziarono a suonare alternativamente in forma molto squillante , provocando una sonorita' del tutto inusuale in un alternarsi di ritmi. Era davvero una atmosfera per me irreale.  Se non era per la mia macchina fotografica e il mio orologio al polso e i miei pantaloncini corti nulla avrebbe potuto indicare in quale eta' eravamo. 2000 A:C:? 1000 D.C.? ai giorni odierni?

Le donne continuavano a tenere le mani sull'enorme Lingam ,e continuavano a cadere petali e latte. Venne messa una ghirlanda di fiori al Lingam che era decorato con simbologia di SHIVA , le tre linee bianche con le striscia rossa e con il simbolo della OHM. Successivamente tutti andarono , me compreso a prendere il riso rituale dalle mani del Brahmino e a farsi apporre il tika Rosso in mezzo alla fronte, cosa che mi feci fare anche io. In realta' come appresi anni dopo, tutte quelle ritualita', profondamente tantriche , erano transitate dal tantrismo all'induismo, non dissimilmente come era avvenuto da alcune ritualita' pagane al cristianesimo.  L'essere quindi veicolate dal bramanhiesimo in realta' non toglieva nulla della ritualita' profonda tantrica in essa contenuta, anche se all'epoca non potevo esserne consapevole.

Piano piano il tempio si svuoto', il buio era fitto rischiarato solo da alcune candele. Rimasi a lungo, intontito in quel tempio. intontito dai suoni , da quella strana atmosfera, dalle donne in Sari, dalle sincronicita' con il brahmino. non volevo andarmene. Era come se avessi rivissuto qualcosa di familiare, di conosciuto in quella che era stata una adorazione del pene nella sua magnificenza creativa. oltre tutto da parte di tutti, donne , bambini, adulti .

Tornai lentamente all'Hotel a piedi, per gustarmi ancora quei momenti, per allungare il sapore di quelle atmosfere incurante di eventuali pericoli notturni nella periferia di Kajhurao, per altro inesistenti.

Per giorni rimasi in uno stato di quiete e serenita' per me innaturali, acquisii una grande lucidita' mentale ,chiarezze di idee. Ricordo che guardavo i miei compagni di viaggio con occhi diversi.  Fui molto felice dei pochi scatti fotografici, che mi ricordavano che non avevo sognato, foto che ripropongo in questa pagina.

Anni dopo compresi e diventai consapevole di cosa mi era successo e cosa avevo vissuto finche' ad un certo punto il Tantra reincrocio' la mia via per non andarsene mai piu'.

Jose' – TantraLove

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