Il Tantra Quotidiano

Il Tantra e’ una via vastissima che comprende diversi strati di conoscenza, sia teorica che esperienziale. Spesso e’ piu’ popolare per le pratiche sessuali, a volte complicate, ma in realta’ la via tantrica esprime molte varietà di visioni.

Un aspetto molto importante e’ il Qui e Ora quotidiano. Noi immaginiamo che il Tantra sia un insegnamento complesso. E a volte puo’ essere così. Ma esprime anche concetti semplici, seppur a volte sorprendenti.

Il Tantra ci ricorda di ritrovare lo stupore e la meraviglia anche nei gesti quotidiani, nei gesti di ogni giorno, basta portarci un po’ di attenzione e farci meravigliare con quella bella dote che sanno esprimere i bambini e i giovani in genere. I Tantrici parlano di gustazione estetica dei sensi.

Ogni gesto e’ una meraviglia. ogni osservazione e’ una meraviglia.

La goccia che cade in un lavandino, il non rumore della neve che scende, il colore del cielo dietro le montagne al mattino, il riflesso su una copertina lucida di un libro, il profumo del legno di un mobile, il merlo che si ferma sul ramo, osservare la bellezza di un gatto che cammina, la sensazione dell’acqua tiepida sulle mani quando laviamo i piatti……

Sentiamo cosa ci ricordano i Tantra antichi su questo tema:

“…La parte di felicità che si trova in ogni piacere della vita quotidiana è presa di coscienza del proprio sé….” – Abhinavagupta Maestro Tantrico XI sec.

Ma ancora….

“….La coscienza non scaturisce sequenzialmente, come avviene per il seme, il germoglio, lo stelo, i petali, i fiori e i frutti, eccetera. Il germoglio spunta dal seme, e lo stelo dal germoglio, non dal seme. In questo caso, tuttavia, la coscienza assoluta si manifesta qui in ogni circostanza della vita quotidiana perché è piena e perfetta ovunque. La coscienza è chiamata la causa di tutte le cose perché sorge dappertutto come ogni ente manifesto….” – Abhinavagupta Maestro Tantrico XI sec.

Quindi il quotidiano, e non solo il rituale complicato, diventano momenti di presa di coscienza del proprio se’ , perche’ sorge dappertutto, e dona una felicita’ semplice da assaporare.

Jose’&Resya – TantraLove

E adesso come faccio a ritrovare la mia femminilita’?

L’altro giorno giravamo su un forum tantrico e abbiamo trovato un appello sincero, autentico, toccante di una donna che chiedeva come si fa a ritrovare la femminilita’ perduta. Ne sentiva la mancanza. Ci ha colpito.

Soprattutto, come in questo caso a detta di questa donna, la sua femminilita’ perduta derivava da uno schema corporeo di una corazza che si erge a proteggere un femminile abusato e ferito, ma che poi questo atto di protezione necessariamente soffoca completamente il femminile.

E’ gravissimo lo scotto da pagare.

Io mi difendo da un maschile, e cosi’ sono “protetta”, dico di no a tutti, ma poi in questa modalita’ di difesa uccide il femminile che rimane imprigionato in questa corazza e soffoca, muore.

E spesso poi questo si manifesta nel corpo, che non mente mai, come invece mentiamo a noi stessi attraverso il mentale.

“…Sto benissimo cosi’, non ho bisogno di nulla, tanto meno di un maschile!!!..”

E poi il corpo manifesta psoriasi al pube e al seno, mal di testa lancinanti (come indicava questa donna), blocco del mestruo, acquisizione di sovrappeso notevole, problemi sensoriali, perdita dell’olfatto, dolori lancinanti alle ovaie, malattie autoimmuni e chissa’ quant’altro.

Dice Vicky Noble, nota conduttrice di gruppi di spiritualita’ femminile, che in una recente traduzione della vita della yogini tantrica tibetana Yeshe Tsogyal, questa e il suo giovane compagno (scelto per lei dal guru Padmasambhava) “si ritirarono in una grotta che nessuno aveva mai scoperto prima (ed ora è in effetti conosciuta come ‘la grotta segreta di Tsogyal’), e lì, per sette mesi, si dedicarono alla coltivazione delle quattro felicità”. 
Questa intensa pratica di Yoga tantrico, che comprendeva la sessualità come suo fondamento, le permise di coltivare potenti siddhi, poteri paranormali. “La Signora Tsogyal poteva attraversare ogni sorta di oggetti, e il suo corpo non fu più assoggettato all’invecchiamento, alla malattia e alla decadenza.

Ora cosi’ come l’utilizzo della energia sessuale consapevole sembra donare dei poteri, il suo non utilizzo e l’allontanamento da un incontro tra maschile e femminile, potrebbe far decadere il corpo femminile, in una sorta di disarmonicita’.

Questa donna proseguiva dicendo che appena gli si avvicina un maschile, scatta la difesa, vede difetti a tutti gli uomini, diventa sarcastica, vede abusanti in ogni maschile.

L’abuso non e’ solo quello sessuale (che pure esiste), ma che e’ comunque limitato come numero di casi, ma e’ piu’ che altro un abuso affettivo/spirituale anche.  Le volte che come donna non mi sono sentita rispettata.

Inoltre agisce in questo campo anche il vissuto delle donne che risuona in un passato, anche remoto generazionale, che non e’ vissuto personalmente. La memoria delle donne bruciate nei secoli rieccheggia nel femminile.

Pero’ occorre anche uscire dallo schema, altrimenti viviamo imprigionati dal velo di Maya, la illusione, eternamente bloccati nella creativita’ della nostra vita. 

Tema caldo questo e molto molto diffuso in Italia. Quando facciamo Yoga in nudita’ le donne un po’ latitano, allora chiediamo a loro come mai in un pratica rispettosa e piacevole, dove non si tocca nessuno e nessuno ti invade, condotta in penombra con grande professionalita’ dalla maestra Sabrina, le donne tendono a latitare?

E le donne ti rispondono che temono di non essere rispettate, di essere importunate, hanno dei vissuti di sopraffazione.  Ovviamente non c’e’ nulla di reale in tutto cio’ , ma e’ il vissuto, il velo di Maya, la illusione, che prevale spesso sul femminile.

Un vissuto di prevaricazione anche se prevaricazione non c’e’.

E questo vissuto poi blocca e frena la femminilita’. Potremmo dire la stessa cosa per la partecipazione dei corsi di Tantra, dove poi le donne che hanno partecipato scoprono un bel maschile, una sana maniera di relazionarsi con gli uomini, una armonia di interazione tra Shiva e Shakti, con tutto il loro stupore e sbigottimento, perche’ cadono i vissuti negativi che la mente autoingannante proiettava.

Si immaginavano di essere soprafatte e di essere importunate, di non essere rispettate e si ritrovano invece in un clima di grande rispetto e gioia di stare con il maschile. Una gioia finalmente guaritrice.

“…Oh Mente! Perché ti sei intossicato al vino delle credenze? Piuttosto che all’amore vero? Perché hai visto una realtà irreale? La tua assenza e divisione, mi ha proiettata in un mondo di artifici. E di movimenti illusori…” – Lallaśvarī – Maestra Tantrica XII sec

Nel forum allora molto carinamente in molti hanno fatto delle proposte rispetto alla richiesta di questa donna, e in particolar modo sono piovute proposte di innumerevoli tecniche, Fai questo , respira cosi’, usa questo metodo o usa questa tecnica. Si, tutto molto interessante, fai questo corso tecnico o quell’altro stage, ma per nostra esperienza non e’ risolutivo. Utile, ma non risolutivo.

Il Tantra non e’ tecnica, non e’ strumento, non e’ un pacchetto da applicare come una pillola. Prendi questa capsula e tutto si risolve. Questo e’ il credo occidentale. Siedi in questo modo o in quell’altro e medita. Troppi percorsi sono solo teorici, perche’ di fatto agiscono nel campo del mentale, ma la ferita qui sta prevalentemente nel corpo, nella memoria cellulare e non solo nella mente. La memoria cellulare e’ raggiunta nel corpo e non nel campo mentale.

Spesso ci dimentichiamo che siamo composti da tre centri energetici, Mente, Emozioni e Istinti, sesto chackra, quarto chackra e primo chackra, non siamo composti solo dal campo mentale. La nostra essenza e’ Trina.

Gli antichi testi tantrici parlano di VOLONTA” governata dalla divinita’ Vama dove risiede la energia della Mente, CONOSCENZA, governata dalla divinita’ Iyestha, dove risiede l’energia del Cuore e ATTIVITA’ governata dalla divinita’ Raudri, dove risiede l’energia dell’istinto, l’energia della Shakti che e’ posta nei genitali.

Ed e’ nel corpo che occorre andare ad agire e non solo nel campo cognitivo, occorre agire attraverso l’esperienza diretta, anche perche’ le ferite si radicano nel corpo che agisce nella memoria del cervello della pancia, dove irradia il secondo chackra. E il Tantra lavora nell’esperienza del corpo tra emozioni e istinti.

“…Nel corpo dimora la grande conoscenza, completamente priva di qualsiasi giudizio. Essa pervade tutte le cose. E’ presente in tutto il corpo, eppure non scaturisce dal corpo…” Hevajra Tantra

L’aspetto che il Tantra ci insegna che e’ pero’ il campo radiante affettivo che agisce a livello di guarigione. Non la tecnica. Lo strumento e’ solo un supporto, ma che diventa sterile se non e’ coadiuvato dalla radianza del Cuore, dove risiede la autentica CONOSCENZA, come ci ricordano i testi sacri.
In un corso e’ la radianza del Cuore dei conduttori e del clima Energetico Affettivo creato nel gruppo che agisce una guarigione. Non la tecnica. La tecnica e’ intercambiabile. La tecnica e’ sterile.  Se invece si e’ in una sessione privata e’ il Cuore del terapeuta, sia esso maschile o femminile, che favorisce la guarigione. Se questo e’ presente abbiamo potuto osservare a volte delle guarigioni istantanee.

Ovviamente questa guarigione puo’ essere attivata solo se chi riceve ha voglia di sanarsi e di porre rimedio alla conoscenza del proprio se’,  di interrompere il ciclo vizioso negativo, altrimenti anche la Radianza del Cuore del gruppo o del terapeuta non potra’ nulla. Si parte sempre da noi e dalla nostra volonta’ di cambiamento.
Questa e’ la nostra esperienza.

Jose’&Resya – TantraLove

Il riscatto della parola “Puttana”

Occorre andare alla base delle radici delle parole per comprendere questo termine, che culturalmente invece ha preso nella modernita’ attuale valenze negative.

Il termine «puttana», che nell’italiano popolare acquisisce un grave tono offensivo, deriva da puteus (puticuli, i pozzi, intesi come grembi ipogei di rinascita, dove i Romani del popolo seppellivano i morti).

Nell’Avesta, il testo sacro del mazdeismo, mediante la parola putika ci si riferisce invece ad un lago mistico di acqua rigenerante.

Il termine puteus si accosta quindi all’idea di vagina, grembo, utero, ovvero ai concetti di ricezione e di contenimento. Non a caso la parola italiana “cunicolo”, buco o passaggio stretto, deriva dal latino cunnus, vagina.

In ogni caso la radice cun proviene dalla Grande Dea orientale Cunti o Kunda, la yoni dell’Universo, divinità “cunni-potente”, che detiene cioè la magica vagina della nascita. Da qui il termine Kundalini, il dispiegamento della potenza che risiede nell’osso sacro. Cfr. Barbara G. Walker, The Woman’s Encyclopedia of Myths and Secrets, cit., pp. 197-198.

In entrambi i casi, come è facile notare, siamo legati concettualmente a qualcosa che sfiora l’idea di un sentimento sacro. Non a caso la radice sanscrita presente nei Veda, puta, entrata anche nelle lingue romanze con tutt’altro senso (cfr. spagnolo puta, francese pute) allude a ciò che è «puro» o «santo», e significativamente in ebraico la parola Kaddosh vuol dire sacro mentre Kaddeshà prostituta. 

Anche il termine ebraico hor (affine all’etimo delle Horae greche, le sacerdotesse di Afrodite) valeva come sinonimo sia di buco (o pozzo) sia di sacra prostituta e della dea che serviva, la cui yoni, cioè la vagina, era rappresentata metaforicamente da un pozzo o da una vasca d’acqua situata al centro del tempio. Molte antichissime chiese protocristiane contengono un pozzo all’interno e anche sculture molto erotiche con vagine in vista, del tutto inconcepibile oggi.

Quanto siamo lontani dal comune senso volgare che oggi attribuiamo al termine “Puttana”.

Detto brevemente, in contesti storici o culturali diversi, il sostantivo «puttana» implica inizialmente, sul piano strettamente etimologico, il concetto della sacralità. E per questo in ogni donna giace una Puttana.

Tuttavia, porre in relazione la sessualità all’idea di sacro, crea oggi uno scomodo paradosso per molte persone.

Eppure, anticamente, il sesso era considerato una vera e propria liturgia, a dire un mistico atto sacramentale (ierogamia) che permetteva ad entrambi i partner di trascendere i propri sensi comuni per entrare in una nuova dimensione spirituale. Essenzialmente si trattava di un rito di passaggio e di trasformazione interiore: di qui la ierodula, la serva-amante, veniva chiamata pertanto «Grande Prostituta» (assumendo l’epiteto della dea al cui servizio era addetta), ed eseguiva ogni volta un particolare atto sessuale di coitus reservatus, un intenso e prolungato orgasmo di tutto il corpo, il quale avrebbe condotto l’uomo all’horasis, l’illuminazione spirituale o Sophia, che equivaleva in sostanza ad una forma suprema del rinnovamento interiore raggiunta attraverso la sublime esperienza erotica del Femminile (in India questa speciale tecnica sessuale è conosciuta dalla dottrina tantrica come Maithuna, un raffinato procedimento di sensi che permette all’uomo di assimilare appunto dentro di sé l’innata sapienza magica della donna).

L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino.  Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei.

Le Devadasi tantriche era anche prostitute sacre. Ovviamente per noi e’ difficile staccarci dal significato negativo moderno del termine. In molte popolazioni in antichita’ , anche mediterranee, le donne dovevano staccarsi per almeno un anno dalla famiglia e dedicarsi alla Ierogamia sacra all’interno dei templi, facendo da tramite attraverso la sessualita’ tra immanente e il trascendente, facendosi possedere sugli altari sacri. Addirittura sembra che nel Golfo di PortoVenere in Liguria (notare il nome) sia esistito un culto delle Ierodule simile. I portoghesi tradussero il termine devadâsi, che si incontra già in Buddhagosa, autore buddista del V secolo d.C., con bajadère (ballerine), le danzatrici sacre dei templi indiani;

Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo». E commentando nella sua raffinata prosa d’antan uno studio sulla sessualità sacra assira, Julius Evola (Metafisica del sesso, cit., p. 213) precisa:

“…Erano queste giovani sacerdotesse che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna…”

Questo concetto e’ piu’ volte ribadito anche nella Via tantrica. Cioe’ la potenza della Shakti porta l’uomo nel contatto con il Divino attraverso il corpo della Donna/Divina e attraverso la congiunzione sessuale con lei.

“….L’aspirante dovrebbe impegnarsi per ottenere realizzazioni spirituali con mantra e consorte. Incontrati lungo il sentiero segreto. Percorrere il sentiero segreto senza consorte non garantirà agli esseri la perfezione. Raggiungete quindi l’illuminazione  dedicandovi con la massima diligenza alle attività del gioco erotico con una donna….”  –  Cakrasamvara Tantra

Si noti che alle ierodule era solito attribuirsi gli epiteti di «Vergine Santa» o «Grande Prostituta», titoli che in ogni caso nel paganesimo matriarcale si riferivano comunemente ad una sacra sacerdotessa depositaria dell’oscuro segreto femminile relativo alla gnosi magica del divino, essendo costei l’incarnazione terrena della Dea sotto la cui benedizione amministrava nei templi il culto religioso: di fatto, lo stesso termine harlotche nell’inglese letterario odierno designa una prostituta, trae origine, attraverso il francese medievale, proprio dalla parola greca “ierodula” (lett. serva sacra). Ora, tra le incombenze liturgiche delle Sante Vergini o ierodule, le serve sacre del tempio, c’erano i doveri di somministrare la grazia celeste della Dea, di far guarire dalle malattie attraverso lo sputo medicinale e le secrezioni della vagina, di profetizzare, di eseguire le sacre danze in onore della divinità nonché di intonare le lamentazioni funebri e di diventare «Spose» del dio-sacerdote nei riti prestabiliti del matrimonio sacro. 

L’appellativo Vergine Santa non stava però ad indicare verginità fisica in senso stretto, ma piuttosto acquisiva il significato di «ragazza nubile»: pertanto le ierodule erano sia vergini in quanto non vincolate da alcun legame matrimoniale, e sia sante perché manifestavano pubblicamente la funzione sacerdotale, essendo la rappresentazione terrena delle varie dee nei cui confronti amministravano il culto religioso, basato sulla sessualità sacra.

Sicché, qualora fosse stato generato un figlio, per logica a costui si conferiva un epiteto che allora non poteva dar luogo ad equivoci, ove nel caso particolare dei Semiti suonava come bathur e per i Greci parthenioi, cioè il «nato da vergine».

Sia chiaro che lo stesso termine che in lingua latina esprimeva una ragazza illibata non era virgo bensì virgo intacta: il primo vocabolo veniva riferito comunemente ad una giovane nubile, ovvero non ancora sposata, mentre l’altra voce connotava decisamente la mancanza di esperienza sessuale.

Jose’&Resya- TantraLove  – integrando materiale tratto dal Web